The Legend of the Falcon-Men

The overhanging walls of our fjords aroused the fear and reverence that usually reserved for what is sacred. The flat expanses of those highlands, completely covered with snow during the long winter, and emerald green with spring, could only be traversed while keeping firm mind and firm nerves.

The height, in fact, gave an unusual ephemeral euphoria. To look at the abyss we felt drunk, of a strange joy, that could lead to a dark fear. That inexpressible height, hundreds of meters, seemed to bewitch you and inspired those who ventured along the edge of the abyss almost always the same fantasy:

Desire to fly…

In the land where I was born, the mighty land of the Scandinavian fjords, during the winter, when we warmed ourselves around the brazier in our hut, the elders told their stories, of the times they had been. Stories of myths and heroes.

Of all those stories there was one that every time struck my imagination and always left me an unusual doubt. Grandfather Eirik, the head of our village, told us about it every time he spoke of the ancient warriors, the ancestors of our race. It was the legend of the Falcon-Men… while the coals were crackling in the brazier, he took a puff of smoke from his old pipe, and said:

“So many years before now, the ancient warriors moved from the Far East to reach our beloved lands. When they saw for the first time our fjords that were thrown hundreds of feet down to the sea, they were enchanted by their splendor, and at the same time dismayed because they were aware of how difficult it could be, to find the way back down those narrow gorges.

A single foot failed would have meant certain death, and even if they did not fear death, they cherished life, and did not want to risk it.

Among the ancient warriors was the young Bendik, who had always been a bit crazy… While his companions rested, he ventured to the edge of the cliffs, and watched the hawks fly, for hours he studied the movements of the wings, the way they took the wind, the wide circles that they performed before swooping down on some unconscious prey.

For so long he observed them that even when he slept, he dreamed of following the flight, and was consumed by the desire to fly like one of them. A night of new moon, a winter’s night, he dreamed of talking to one of them, with that speechless language that gestures and looks can mediate, and the spirit of the hawk told him:

Find out where you hid your wings, and it will be possible for you to fly too.

So I too have wings” thought Bendik as he woke up, wondering the sense of that unusual dream. For days and days he did nothing but think about his wings and wondered where they could be hidden…

One afternoon while he was sitting on the edge of the ravine he was taken by a strange torpor, and suddenly he found himself outside, he saw himself lying in the same spot where he had fallen asleep.

He did not understand how this was possible, but he did not let himself be dismayed, he looked towards the sky, over the precipice of the huge ravine, and saw three hawks turn in large swirls, who called him loud with their call…

And without understanding how this was possible he wished with all his strength to be able to take flight, with his own wings, and suddenly found himself lifted off the ground to observe the ravine from above. The emerald of the plateau and the abyss beneath him appeared as charming.

He flew with the hawks for an infinite time, it seemed to him that they spent whole hours flying over those rugged and wonderful lands. The Hawks greeted him, with a gesture of the head, and went away, flying north. He awoke after a few moments and found himself lying there where he had fallen asleep, on the edge of the ravine, still taken by the enthusiasm of the experience he had lived.

When he told his companions about his experience, some did not believe him, others thought he had a strange vision, but the leader of the Warriors said that he should teach them all the way he achieved this result.

So Bendik taught his companions to fly, and this is how those men found the places that are still sacred to our people, and accessible only to dreamers…

You see, my dear, that men are like hawks, this is hard to prove, but that they can fly like this, this is a wish worth cultivating … ”

Bendik, the Falcon Man, several times I drew him in my fantasy, and like him I too found myself walking along the cliffs of our fjords. I still see the hawks fly, and I often study the spirals and the circles. I feel there is something I can learn from them, I feel it with the fibers of my body, and sometimes I have the impression that it would take just a jump to start flying…

Maybe I just have to learn to dream …

Maybe I just have to learn to dream.

 


La Leggenda degli Uomini-Falco

Le pareti a strapiombo dei nostri fiordi suscitavano quel timore e quella riverenza che solitamente si riserva a ciò che è sacro. Le distese piane di quegli altopiani, completamente innevate durante il lungo inverno, e di verde smeraldo con la primavera, potevano essere percorse solo mantenendo mente ferma e nervi saldi.

L’altezza, infatti, dava una insolita effimera ebbrezza. A guardare l’abisso ci si sentiva ubriachi, di una strana gioia, inconsueta euforia, che poteva sfociare in un cupo timore. Quell’inenarrabile altezza, centinaia di metri, sembrava stregarti e incuteva in chi si avventurava lungo l’orlo dell’abisso quasi sempre la stessa fantasia:

Desiderio di volare…

Nella terra in cui sono nato, la possente terra dei fiordi scandinavi, durante l’inverno, quando ci scaldavamo intorno al braciere nella nostra capanna, gli anziani raccontavano le loro storie, dei tempi che erano stati. Storie di miti e di eroi.

Di tutte quelle storie ce ne era una che tutte le volte colpiva la mia fantasia e mi lasciava sempre un insolito dubbio. Nonno Eirik, il capo del nostro villaggio, ce la raccontava tutte le volte che parlava degli antichi Guerrieri, gli antenati della nostra stirpe. Era la leggenda degli Uomini Falco… mentre i carboni scoppiettavano nel braciere, lui prendeva una boccata di fumo dalla sua vecchia pipa, e raccontava così:

Tanti e tanti anni prima di adesso, gli antichi Guerrieri mossero dal lontano Oriente per raggiungere le nostre amate terre. Quando videro per la prima volta i nostri fiordi che si gettavano a strapiombo per centinaia di piedi giù fino al mare, rimasero incantati dal loro splendore, e al tempo stesso sgomenti perché consapevoli di quanto difficile potesse essere trovare la strada per ridiscendere quelle strette gole.

Un solo piede in fallo avrebbe significato morte certa, e, seppure non temessero la morte, avevano cara la vita, e non volevano rischiarla.

Tra gli antichi Guerrieri c’era il giovane Bendik, che era sempre stato un tipo un po’ matto… Mentre i suoi compagni riposavano, lui si avventurava verso il margine delle pareti a strapiombo, ed osservava i falchi volare, per ore ne studiava i movimenti delle ali, il modo in cui prendevano il vento, gli ampi cerchi che compivano prima di fiondarsi in picchiata su qualche inconsapevole preda.

Talmente tanto a lungo li osservava che, anche quando dormiva, sognava di seguirne il volo, ed era consumato dal desiderio di essere uno di loro. Una notte di luna nuova, una notte d’inverno, sognò di parlarci, con quel linguaggio senza parole che gesti e sguardi riescono a mediare, e lo spirito del falco gli disse:

“Scopri dove hai nascosto le tue ali, e anche per te sarà possibile volare.”

“Così ho anch’io delle ali” pensò Bendik al suo risveglio, domandandosi il senso di quell’insolito sogno. Per giorni e giorni non fece che pensare alle sue ali e si chiese dove potessero essere nascoste le sue…

Un pomeriggio mentre stava seduto sul ciglio del burrone fu preso da uno strano torpore, e di punto in bianco si trovò fuori da se stesso, si vide disteso nello stesso punto in cui si era profondamente addormentato. Non capì come ciò fosse possibile, ma non si fece prendere dallo sgomento, guardò verso il cielo, oltre lo strapiombo dell’immenso burrone, e vide tre falchi girare in ampie volute, che lo chiamavano forte col loro richiamo…

E senza capire come ciò fosse possibile desiderò con tutte le sue forze di poter spiccare il volo, con le sue stesse ali, e d’improvviso si trovò sollevato da terra ad osservare il burrone dall’alto. Come incantevole gli appariva lo smeraldo dell’altopiano e l’abisso sotto di lui.

Volò insieme ai falchi per un tempo infinito, gli sembrò trascorressero ore intere a volare sopra quelle terre aspre e meravigliose. I Falchi lo salutarono, con un gesto del capo, e se ne andarono via, volando verso nord. Lui si svegliò dopo pochi istanti e si ritrovò disteso lì dove s’era addormentato, sul ciglio del burrone, ancora preso dall’ebbrezza dell’esperienza che aveva vissuto.

Quando raccontò ai suoi compagni la sua esperienza, alcuni non gli credettero, altri pensarono che avesse avuto una strana visione, ma il capo dei Guerrieri disse che avrebbe dovuto insegnare a tutti loro il modo in cui aveva raggiunto questo risultato.

Così Bendik insegnò ai suoi compagni a volare, ed è così che quegli uomini trovarono i luoghi che ancora oggi sono sacri per la nostra gente, e spesso inaccessibili se non ai sognatori…

Vedete, miei cari, che gli uomini siano simili ai falchi, questo è arduo da dimostrare, ma che come loro possano volare, questo è un desiderio che vale la pena coltivare…”

Bendik, l’Uomo Falco, più volte lo disegnai nella mia fantasia, e come lui mi ritrovai anch’io a passeggiare lungo i precipizi dei nostri fiordi. Vedo ancora i falchi volare, e spesso ne studio le volute e i cerchi. Sento che c’è qualcosa che da loro posso imparare, lo sento con le fibre del mio corpo, e a volte ho come l’impressione che basterebbe un salto per incominciare a volare…

Forse devo solo imparare a sognare…

Forse devo solo imparare a sognare.

Credit Picture Pixabay

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