Paul’s Guitar

Sometimes I stopped under the pergola to listen to the song of crickets. I sat in the semi-darkness on the old rocking chair, hugged my guitar and began to play my chords. Old songs arranged by me, with the memory of what my teacher taught me about music.

Paul… that was his name, the teacher. An old Brazilian accustomed to endless tours on cruise ships. I met him by chance entering a music store.

“I would like to learn how to play the guitar.”

I remember him like that, with his Latin smile, gray hair, the drawn goatee, and quick hands on that keyboard, capable of improvising incredible arrangements of old music hits. Aroused in me a deep admiration and the feeling that, even with all the good will, I would never be able to match him…

There were so many ways to get big with music. The possibilities of choice were countless, as many as the instruments to play, and perhaps even more, if you count the styles. But, in common each of them had the requisites: necessarily passion, constancy, inventiveness and talent.

And unfortunately, with music, I lacked the right constancy, that love and perseverance from which talent flourishes.

Something, however, remained to me. And even if I had not become a great musician, the guitar often kept me company, in evenings like this, where the quiet perfectly marries the sweet notes of a classical guitar. With that sound that envelops you. The sound that the guitars from the wood good, seasoned as required, are able to give you.

A little farther on, inside the house, she read a book illuminated by a lamp made of rice paper and bamboo cane. I knew she was listening to me in silence, I knew she liked it, I knew it gave her peace of mind.

And as I closed my eyes and abandoned myself to the slight creak of the rocking chair, she slowly came to me, put a kiss on my cheek, smiled, and said to me:

“What a love you are, you and your songs…”

And then, for a moment, I did not care anymore about not having achieved fame or success with music, or not being a great talent.

I smiled at her. And with a heart full of a strange sweetness I said to her:

Thank you, my love … every song is for you.” winking.

Then she took the guitar, placed it gently on the carpet, and crouched in my arms. And in the evening, with all its silence and that chirping of crickets, it was perfect with her now.

 


La Chitarra di Paolo

A volte mi fermavo sotto la pergola ad ascoltare il canto dei grilli. Mi sedevo nella semioscurità sulla vecchia sedia a dondolo, abbracciavo la mia chitarra e cominciavo a suonare i miei accordi. Vecchie canzoni arrangiate da me, con il ricordo di ciò che mi aveva insegnato il mio maestro, a proposito di musica.

Paolo… si chiamava così, il maestro. Un vecchio brasiliano abituato a tournée interminabili su navi da crociera. Lo conobbi per caso entrando in un negozio di musica.

“Vorrei imparare a suonare la chitarra.”

Me lo ricordo così, con il suo sorriso latino, i capelli grigi, il pizzetto disegnato, e mani velocissime su quella tastiera, capace di improvvisare arrangiamenti incredibili di vecchi successi della musica. Suscitava in me una profonda ammirazione e la sensazione che, anche con tutta la buona volontà, non sarei mai riuscito ad eguagliarlo…

C’erano tanti modi per diventare grandi con la musica. Le possibilità di scelta erano innumerevoli, tante quanti gli strumenti da suonare, e forse anche di più, se conti anche gli stili… ma in comune ciascuna di loro aveva dei requisiti: necessariamente passione, costanza, perseveranza, inventiva e talento…

E sfortunatamente, con la musica, mi mancava la giusta costanza, quell’amore e quella perseveranza da cui fiorisce il talento.

Qualcosa, tuttavia, mi era rimasto. Ed anche se non ero diventato un grande musicista, la chitarra mi teneva spesso compagnia, nelle sere come queste, dove la quiete sposa perfettamente le note dolci di una chitarra classica. Con quel suono che ti avvolge, quel suono che le chitarre dal legno buono, stagionato quanto basta, sono in grado di regalarti.

Poco più in là, dentro casa, lei leggeva un libro rischiarata da una lampada di carta di riso e canna di bambù. Sapevo che mi ascoltava in silenzio, sapevo che le piaceva, sapevo che le dava tranquillità.

E mentre chiudevo gli occhi e mi abbandonavo al cigolio leggero della sedia a dondolo, lei piano piano veniva da me, mi appoggiava un bacio sulla guancia, mi sorrideva, e mi diceva:

“Che amore che sei, tu e le tue canzoni…”

E allora, per un momento, non mi importava più nulla di non avere raggiunto la fama o il successo con la musica, o di non essere un grande talento…

Le sorridevo. E con il cuore pieno di una strana dolcezza le dicevo:

“Grazie amore… ogni canzone è per te.”  strizzando un occhio.

Allora lei prendeva la chitarra, la appoggiava dolcemente sul tappeto, e si accoccolava tra le mie braccia. E la sera, con tutto il suo silenzio e quel frinire di grilli, adesso con lei era perfetta.

Credit Picture Pixabay

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