Playing my songs

God! How dusty the road was! For months I was walking across the US coast to coast, with my guitar, my long hair, and my backpack full of books, poetry, and a bundle of clothes.

The Arizona desert smiled at me in all its immense sobriety, with some cactus lost in the vastness of space, almost pointing to the sky above my head.

My songs kept me company along with certain Thoreau’s books. Every new village, lost in an America forgotten by God, seemed to me as crowded as a metropolis. In the drugstores I bought supplies for the following days: some canned beans, dried fruit, and biscuits.

I earned my living with my guitar and the notes of my voice. I loved to sing. I would have sung everywhere … whether I was in front of a crowded hall, or a campfire, and listening to only the stars and the night.

I loved the evening. When the sky like a dark blanket enveloped me and became a quilt of stars. I too wanted to shine like one of them.

As happened that evening in Phoenix …

I had asked the owner of one of the hottest clubs to play guitar for the patrons. He had looked at me from head to toe, saying:

“Boy, do you know the country music? People like country music here. “

He told me with an expression that does not admit replies.
I answered only

“Of course sir, I know the country, but I also have other songs. Songs I wrote, sir. “

“Boy, here we love country, if you know country songs you’re welcome, otherwise you can look for another pub.”

Then he smiled at me tightly and simply told me

“See you later, boy.”

Now, I had never sung country songs. Perhaps because it had always seemed a bit too popular-national. It was not my kind of music, but I knew it.

I tried to write down all the songs that came to mind, looking for the chords, and embellishing texts that I partly remembered and partly invented, taking care not to lose rhyme and rhythm.

When the time came to perform in the evening, the owner of the room looked at me with an impenetrable expression, allowing me to presage that if I had not lived up to the situation he would have thrown me out personally.

And so, by forcefully swallowing the last drop of spit that remained in my mouth, dry with emotion, I began with the first uncertain round of chords. I closed my eyes. I summoned the courage and started with the first song. Just written in country music.

I kept my eyes closed, a bit to concentrate and a little because I did not want to see the reaction of the people and the owner of the pub.

But, perhaps because of dark beer, which I had drunk a little earlier before starting to play, and that had gone straight into my head and lightened my inhibitions, that I began to sing with all the sentiment I was capable of, and even if the song it was unknown, the rhythm took them and took me too.

I sang my songs, sang the ones that even they knew, someone began to clap their hands and feet, just as they were, sitting on the chair. Someone got up and invited the girls to dance.

That place soon became a noisy, cheerful village party. They asked me a number of songs that I did not know, and which I played by ear with my guitar, trying to follow their voices.

I liked those people. I liked that joy. And even if it would end that evening, I knew that the next day I would be back on the road, pursuing my lonely path of freedom, in which, however, after all, I was not so alone …

 


Suonando le mie canzoni.

Dio se era polverosa la strada! Da mesi camminavo attraversando gli USA coast to coast, con la mia chitarra, i miei capelli lunghi, e il mio zaino carico di libri, poesia, e un fagotto di vestiti.

Il deserto dell’Arizona mi sorrideva in tutta la sua sterminata sobrietà, con qualche cactus sperduto nella vastità di spazio, quasi ad indicare il cielo sopra la mia testa.

Le mie canzoni mi facevano compagnia insieme a certi libri di Thoreau. Ogni nuovo villaggio sperduto in un’America dimenticata da Dio, mi sembrava affollato come una metropoli. Nelle drogherie ci compravo le provviste per i giorni successivi: un po’ di fagioli in scatola, biscotti, frutta secca, e gallette.

Mi guadagnavo da vivere con la mia chitarra e con le note della mia voce. Amavo cantare. Avrei cantato dovunque… sia che avessi di fronte una sala affollata, o un fuoco di bivacco, e ad ascoltarmi solo le stelle e la notte.

Amavo la sera. Quando il cielo come una coperta scura mi avvolgeva e diventava una trapunta di stelle. Anch’io volevo splendere come una di loro.

Come accadde quella sera a Phoenix…

Avevo chiesto al padrone di uno dei locali più in voga di potermi esibire per gli avventori. Quello mi aveva guardato squadrandomi da capo a piedi dicendomi:

“Ragazzo, conosci il country? Qui alla gente piace il country.”

Me lo disse con un’espressione che non ammette repliche.

Risposi soltanto

“Certo signore, conosco il country, ma ho anche altre canzoni. Canzoni che ho scritto io, signore.”

“Ragazzo, qui amiamo il country, se conosci canzoni country sei benvenuto, altrimenti puoi cercare un altro pub.”

Dopodiché mi sorrise a labbra strette e mi disse semplicemente:

“A più tardi, ragazzo.”

Ora. Io non avevo mai cantato canzoni country. Forse perché mi era sempre sembrato un po’ troppo nazional-popolare. Non era il mio genere, ma lo conoscevo.

Cercai di mandare giù, a memoria, tutte le canzoni che mi venivano in mente, cercando gli accordi, e rabberciando testi che in parte ricordavo e che in parte inventavo, badando solo di non perdere la rima e il ritmo.

Quando arrivò il momento di esibirsi, la sera, il padrone del locale mi guardò con un’espressione impenetrabile, lasciandomi presagire che se non fossi stato all’altezza della situazione mi avrebbe buttato fuori personalmente.

E così, inghiottendo a forza l’ultimo goccio di saliva che mi restava nella bocca secca per l’emozione, iniziai con il primo giro incerto di accordi. Chiusi gli occhi. Chiamai a raccolta il coraggio ed iniziai con la prima canzone. Appena scritta e musicata in stile country.

Tenevo gli occhi chiusi, un po’ per concentrarmi e un po’ perché non volevo vedere la reazione della gente e del padrone del locale.

Ma, sarà stato per la birra scura, che avevo bevuto prima d’iniziare a esibirmi, e che mi era andata dritta in testa alleggerendo le mie inibizioni, che cominciai a cantare con tutto il sentimento di cui ero capace, e anche se la canzone era sconosciuta, il ritmo li prese e prese anche me.

Cantai le mie canzoni, cantai quelle che sapevano anche loro, qualcuno si mise a battere le mani e i piedi, così come si trovava, seduto sulla sedia. Qualcuno si alzò e invitò le ragazze a ballare.

Quel locale si trasformò in breve, in una rumorosa e allegra festa di paese. Mi chiesero una quantità di canzoni che non conoscevo, e che suonai ad orecchio con la mia chitarra, cercando di inseguire le loro voci.

Mi piaceva quella gente. Mi piaceva quella allegria. E anche se sarebbe finita quella sera, sapevo che l’indomani sarei stato di nuovo sulla strada, perseguendo il mio cammino solitario di libertà, nel quale però, in fin dei conti, non ero poi così solo…

 

Credit picture Pixabay

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s